Lucrezia Butera | La psicologia della quarantena
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La psicologia della quarantena

La psicologia della quarantena

La parola quarantena (forma veneta di “Quarantina”) descrive il periodo di isolamento obbligato utilizzato per limitare il diffondersi di un’epidemia, che fu impiegato per la prima volta dalla repubblica di Venezia in relazione agli equipaggi delle navi in arrivo dai possedimenti in Dalmazia. Questo decreto speciale fu emanato per contenere l’epidemia di peste nera che imperversava in Europa e in Asia nel quattordicesimo secolo. Tale provvedimento imponeva infatti ai nuovi arrivati nella città lagunare, di passare un periodo di isolamento in un luogo ad accesso limitato per la durata appunto di quaranta giorni.

Durante il periodo di quarantena ci sono numerosi fattori di stress che secondo le ricerche contribuiscono a farci vivere il periodo di distanziamento sociale in maniera ancor più difficile. A tal proposito si è constatato che quanto più la durata della quarantena è lunga, tanto più è facile che si sviluppino sentimenti di rabbia, sintomi di disturbo da stress post traumatico e comportamenti fobici di evitamento. In special modo sembra essere presente la paura di poter sviluppare i sintomi della malattia e infettare gli altri la perdita del proprio lavoro, della propria routine quotidiana e l’annullamento del contatto sociale sono poi indicati spesso come cause di sentimenti negativi, come noia, demoralizzazione, senso di solitudine e di isolamento dal resto del mondo (Marjanovic Z., et al. 2007).

In una recente revisione degli studi sulla psicologia delle masse e comportamento collettivo, Drury riporta che “la cooperazione che si verifica in molte emergenze e catastrofi è spiegabile in termini di processi di identità sociale, che riflettono le relazioni preesistenti oppure il nuovo senso di appartenenza derivante dall’esperienza comune”. I professionisti della gestione delle emergenze devono essere, quindi, “consapevoli dell’uso della comunicazione per costruire un’identità condivisa e della necessità di aiutare la comunità a collaborare, fornendo ad essa continuo supporto”. Ed ecco qui, dunque, la necessità di una componente di sostegno psicologico oltre che medico-sanitario. Sono pochi i dati che abbiamo a riguardo delle pandemie e della reazione alle epidemie mondiali, perché ad oggi ancora non ne era mai avvenuta una di questa portata che mettesse in ginocchio tutte le nazioni contemporaneamente. 

In studi precedentemente svolti da Blendon e Jeong, (per lo più sulle pandemie di SARS e EBOLA) emerge inoltre come la paura di non avere a disposizione i rifornimenti per la sussistenza, come cibo o farmaci, sia stata la fonte di maggior stress, che ha causato nelle persone ansia, rabbia e frustrazione, emozioni che in alcuni casi hanno continuato a essere presenti anche fino a sei mesi dopo la fine del periodo di quarantena ,dati raccolti suggeriscono poi che è probabile che durante il periodo di distanziamento sociale si possano sviluppare disturbi di tipo fobico od ossessivo che permangono a lungo dopo la fine dell’epidemia. Una ricerca fatta a questo proposito su individui che erano stati in quarantena a causa di un possibile contatto con il virus della SARS ha rilevato che dopo la fine dell’emergenza, il 54% delle persone che erano state messe in isolamento evitavano chi tossiva o starnutiva, il 26% evitava luoghi chiusi e affollati e il 21% evitava tutti gli spazi pubblici (Reynolds D.L., et al. 2008). Uno studio a lungo termine correlato, effettuato dopo il periodo di quarantena, ha evidenziato la presenza di cambiamenti comportamentali diretti a ridurre l’ipotetico rischio di contagio, come il lavaggio compulsivo delle mani e l’evitamento di luoghi affollati. Inoltre un’analisi condotta su personale ospedaliero che era entrato in contatto con i malati di SARS, ha scoperto che dopo la fine del periodo di quarantena (nove giorni) venivano riportati sintomi da stress acuto, come forte ansia, irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e calo della produttività lavorativa (Bai Y., et al. 2004).

In ogni caso, come hanno rilevato i ricercatori su “The Lancet”, queste ricerche ci permettono di trarre alcune conclusioni utili – pur con alcuni limiti, come vedremo nell’articolo sulla qualità di vita in quarantena – per comprendere e ridurre l’impatto psicologico della quarantena forzata sulle persone. Una ricerca pubblicata nel 2004 ha mostrato che 338 membri di uno staff medico a Taiwan, messi in quarantena durante l’epidemia della Sars, hanno rilevato nei giorni immediatamente successivi alla fine dell’isolamento disturbi acuti da stress e una maggior propensione a vivere stati d’ansia e di insonnia. Un’evidenza, questa, raccolta anche da un’altra ricerca, uscita nel 2013, che ha avuto per oggetti i bambini e i loro genitori sottoposti a quarantena o altre misure di isolamento. Nella popolazioni analizzate dopo giorni di quarantena, “gli studi riportano in generale sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di stress post-traumatico”, scrivono i ricercatori del King’s College, che hanno anche cercato di capire, dalla letteratura disponibile sul tema, se ci fossero delle caratteristiche individuali o demografiche che “facilitassero”, in un certo senso, l’insorgere di questi sintomi. Qui le evidenze raccolte con il metodo scientifico sono ancora meno chiare. Un punto fermo sembra comunque essere che tra i soggetti più colpiti ci siano proprio i medici e gli staff ospedalieri, così come i soggetti in giovane età.

C’è un altro fattore che influenza il pensiero per cui gli individui hanno un atteggiamento sprezzante nei confronti dei consigli di scienziati ed esperti di salute pubblica. La scienza del comportamento si è occupata della reattività psicologica, un concetto introdotto già nel 1966 dallo psicologo sociale americano Jack Brehm, che usa il termine reattanza (reactance) per descrivere una particolare forma di reazione a regole che minacciano o limitano alcune libertà di azione. Nelle sue parole, la reattanza psicologica si riferisce all’idea che nelle situazioni in cui le libertà individuali sono ridotte o a rischio di riduzione, le persone sembrano motivate a riconquistare tali libertà. Cioè, quando ci viene detto che cosa fare o non fare, una parte di noi è spinta a fare il contrario: popolarmente questo atteggiamento viene riassunto dalla frase “tutto ciò che è proibito è desiderabile” (antico proverbio arabo). La reattanza è l’altra faccia della medaglia della compliance e dell’aderenza, termine con cui si indica il comportamento di seguire le prescrizioni e le indicazioni terapeutiche (anche i medici conoscono bene questo problema, dato si stima che il 50 % dei pazienti non segua correttamente le indicazioni terapeutiche). Ci sono sicuramente fattori socio-culturali, oltre che individuali, che influenzano questa reattività, ad esempio la concezione di Stato come bene comune frutto di un contratto sociale da rispettare (paesi nordici) o il concetto di libertà individuale che prevale su ogni cosa (Stati Uniti).

In situazioni stressanti la produzione di serotonina nel cervello viene inibita, e il perdurare per diverso tempo di questa condizione fa si che i livelli minimali di serotonina possano non tornare più a regime con conseguente sviluppo di depressione e abbassamento del tono dell’umore.  Bisogna dunque ridurre al minimo le fonti di stress durante la giornata, visto che il nostro corpo e la nostra mente sono immersi 24/24 in una situazione che il nostro cervello percepisce come di rischio e pericolo. L’insula è l’organo deputato a questa percezione, oltre che alla scelta dell’ordine di salienza degli stimoli; durante i periodi di grande stress o di crisi (sopratutto quelli, come in questo periodo, per i quali non abbiamo potere di azione) rimane costantemente “accesa”. É bene dunque, non sovraccaricarla con un over-informazione, spesso di nozioni non reali o pertinenti, altrimenti si fa presto a cedere, molto prima del termine della quarantena imposta. Metodi utili per gestire questo tipo di stress sono quelli che riportano il cervello a uno stato di DMN (Default Mode Network) ossia di “passività” che si attiva quando il cervello è a riposo, o esegue qualcosa di meccanico come guidare o cucinare; è uno stato di riposo del cervello che si ha quando smette di focalizzarsi su condizioni non attentive. E’ molto utile praticare meditazione, leggere, riordinare, per consentire al cervello di entrare in questa modalità e permettergli un rilassamento generale.

Argomenti dei quali parleremo più nel dettaglio nel prossimo articolo (Come migliorare la qualità di vita: quarantena e neuroscienze). 

Photo by Dan Burton on Unsplash